Un tuffo nel passato: “Pearl Jam all’Heineken Jammin’ Festival 2010”

A pochi mesi dall’attesissimo concerto del Pearl Jam allo stadio di San Siro a Milano, mi è sembrato opportuno riproporre la recensione che scrissi sul loro ultimo concerto nel nostro paese, durante l’Heineken Jamming Festival del 2010 al Parco San Giuliano di Mestre. Buona lettura:

Heineken Jammin’ Festival 2010

Heineken Jammin festival yes tonight we can……Sì, direi che adesso, a tre giorni di distanza, sono finalmente pronto a raccontare tutto quel che ha significato l’avventura musicale a ridosso della “Serenissima”. Partiamo dal principio. Tutto quel che avevo previsto riguardo ai 5 di Seattle si è rivelato, a posteriori, fondato: le mie perplessità riguardo ad un concerto dei Pearl Jam ad un Festival, l’atmosfera non propriamente “calda”, il timore di un concerto formato “mini”, di un pubblico distaccato, di una scaletta ridotta un po’ all’osso, e quanto altro ancora un “jammaro” convinto possa trovare di non del tutto soddisfacente in un’esibizione come è stata quella di martedì sera…Ma oltre a questo c’è stato molto altro. E devo ammettere, un “molto altro” che non mi sarei mai aspettato, e che mi ha completamente sorpreso. Positivamente sorpreso. Andiamo per ordine.

Plastic Bag Sofa

Plastic Bag Sofa, una giovane band italiana, che niente di nuovo aggiunge all’ormai inflazionato sound indie di stampo britannico. Prendendo in prestito elementi dai vari Arctic Monkeys, The Strokes, Bloc Party, non riesce però a trovare una suo proprio percorso originale. Ciononostante, tutto possiamo dire tranne che questi cinque ragazzetti non siano capaci. E a loro va tutto il merito, tra una strizzatina d’occhio “beatlesiana” e l’altra, di averci intrattenuto con della buona musica in quella torrida e interminabile attesa, che si sarebbe altrimenti trasformata, oltre che in estenuante, in mortalmente noiosa.

Gomez

Passiamo adesso ai Gomez, rimpiazzo dell’ultimo secondo ai mai abbastanza compianti Wolfmother (almeno per il sottoscritto, che non ha mai smesso di sperare in un magico duetto Stockdhale/Vedder sulle note di Hunger Strike durante il set dei PJ). Nonostante queste premesse, il quintetto di Southport si è rivelato una gradita sorpresa. Ammetto che non conoscevo quasi per niente la band (a parte sapere che avevano già fatto da spalla ai PJ in qualche data passata) ma nonostante l’ora, nonostante il pubblico non fosse certo numeroso e neanche troppo attento, i Gomez hanno regalato un’ora abbondante di gran bella musica. A tratti mi ricordavano i My Morning Jacket dell’Avocado Tour. Divertenti e capaci. Sicuramente da approfondire…

Gossip

La temperatura comincia a salire…Non tanto quella atmosferica, che anzi pericolosamente precipita, quanto quella del pubblico. E il motivo è l’arrivo del turno dei Gossip. Personalmente non mi facevano impazzire prima, e non mi fanno impazzire ora. Ho trovato, ad esempio, di cattivo gusto il continuo scimmiottamento di Betterman e ritengo totalmente accessorie quelle tre comparse che fanno da contorno all’indiscutibilmente eccentrica Beth Ditto. Ciononostante è innegabile che anche i Gossip ci abbiano lasciato numerose scene indimenticabili. Quantomeno singolari. A partire dalla rovinosa caduta dal palco della Ditto, per passare al suo girovagare letteralmente tra noi…ad un certo punto anche le telecamere che trasmettevano sui maxi-schermi l’avevano persa, fin quando me la ritrovo a camminare “ciccionamente” a mezzi metro da me. Una cosa che non avevo mai visto.Concludo con il congratularmi con la sua voce, che malgrado tutto è potente, e il suo congedo sulle note di I Will Always Love You, è stato un po’ ruffiano, ma certamente efficace.

Panico a metà pomeriggio

A questo punto il momento più buio della giornata. Disperazione e gioia totale si sono date il cambio più volte nello spazio di pochi minuti. Incredibile come si oscillasse tra l’una e l’altra in un batter d’occhio. Un turbinio di stati d’animo così contrastanti che generava un’ansia difficilmente sopportabile. La causa di tutto ciò è stato il repentino variare del tempo, che ha portato alla momentanea sospensione del Festival e, specialmente, all’allontanamento di tutto il pubblico (noi compresi) dal primo settore per ragioni di sicurezza. Inutile dire che oltre a maledire le condizioni meteorologiche (con variazioni di stampo tropicale) che rischiava di farci saltare tutto come successo 3 anni (ma anche 2 giorni,) prima, la nostra disperazione era causata dalla perdita di quel posto ideale alla transenna conquistato grazie ad una sveglia alle 5 del mattino, una fila cominciata alle 6, ed una corsa estenuante di 2km per raggiungere il tanto agognato braccialetto che significava “transenna”…Fortunatamente da tragica la situazione si è tramutata in magica, e alla fine di tutto ci siam trovati in una posizione ancor migliore rispetto a prima…alla transenna, esattamente di fronte al microfono centrale…Pronti alla prima grande, o forse più grande, sorpresa di tutta la giornata: il set degli Skunk Anansie.

Skunk Anansie

skunk anansie heinekenConoscevo gli Skunk Anansie in maniera non troppo approfondita. Principalmente, come i più, per quelle sette, otto canzoni più rappresentative, e per il carisma e la bravura della sua Frontman, Skin. Ma non conoscevo assolutamente la loro dimensione live. Sono di una bravura disarmante, di un’energia incredibile. Una pura scarica di adrenalina, senza tralasciare i brevi, ma non per questo meno intensi, momenti di dolcezza regalati da canzoni come Secretly o Lately. La potenza vocale di Skin poi, ha lasciato a tratti senza parole, ed è stata superata forse solo dalla sua accattivante presenza scenica. Si è presentata sul palco vestita di una sorta di mantello-cappuccio alato, nero e oro, che la rendeva simile ad un’ arpia mitologica. Una Regina Nera…Una gran pazza, questo è sicuro. Ha regalato momenti di interazione col pubblico che ormai credevo possibili solo in nostalgici ricordi di eventi musicali d’altri tempi. Ed è cosi che più e più volte, dimostrando anche una gran dose di attributi, ce la siamo ritrovata letteralmente in mezzo a noi. Anzi, sarebbe meglio dire “su” di noi. Camminandoci sopra, sorretta dalle nostre braccia, e infine lasciandosi cadere in un “galleggiamento” andato metri e metri in profondità tra il pubblico. Alla fine me la son vista passare sopra, e tra una pacca sul sedere e una lisciata alla zucca pelata, l’abbiamo aiutata a tornare, con grande sollievo della security, sul palco. Senza dimenticare che in tutto questo non ha mai smesso di cantare, con tutta la sua classe cristallina. Insomma gli Skunk Anansie mi hanno proprio fatto venir voglia di andare ai loro concerti singoli, il prossimo 12 e 14 luglio a Roma e al teatro di Taormina.

Ben Harper & Relentless7

E finalmente arriviamo ai pezzi da novanta. La febbre comincia a salire. Il cielo pare schiarirsi, e così, incuranti della stanchezza, ci si può completamente lasciar andare all’esaltazione più libera. “IO NON ME NE FREGO”…..Così recita la maglietta indossata da Ben Harper, quando fa il suo ingresso sul palco insieme ai suoi Relentless7. Di tutta risposta io tiro fuori, per la prima volta, la mia maglietta con su scritto, YES (TONIGHT) WE CAN, e gliela espongo orgoglioso. Ben apprezza con una strizzata d’occhio ed un sorriso. Prima grande gioia. Il set fila liscio, senza intoppi. Preciso, lineare, a tratti etereo. Forse anche troppo, ma questo è Ben. Il contrasto è ancora più stridente considerato che l’esibizione segue quell’esplosione di energia che è stato lo show degli Skunk Anansie. Ma del resto, quella del californiano è proprio un’altra concezione di far musica, molto più intima, rivolta più alla sostanza che alla forma. Un gran musicista, anche se talvolta può risultare prolisso. Vorrei scrivergli personalmente la prossima scaletta, perché è davvero un peccato che un artista del genere talvolta dia l’impressione di non esser capace di darsi valore. Personalmente comunque, dopo tutta la fatica giornaliera accumulata, la “pacata energia” di Ben Harper e i suoi nuovi Relentless7 era esattamente quel che ci voleva per recuperare le forze e prepararsi alla bolgia successiva. Avendo poi già visto Ben con gli Innocent Criminals, non mi è dispiaciuto affatto godermelo in questa nuova veste. Non dimentichiamoci infine quei momenti di pura estasi regalati dalla comparsa di Eddie sulle note di Under Pressure, che seppur attesa (e da noi anche prevista, tanto che quando è apparso un secondo microfono accanto a quello di Ben, lo abbiamo accompagnato con un “ohhhhhhhhh”) è stata ugualmente un’ emozione senza pari. Un duetto esemplare, carico di passione, che lasciava trasudare tutta quell’empatia e quell’amicizia che da sempre lega i due musicisti. Indimenticabile.

Pearl Jam

E adesso arriviamo ai “nostri”. Difficile dare una valutazione completa. Difficile scindere quel che è stata l’esperienza personale, carica di soddisfazioni, dall’oggettiva performance nel suo complesso. Fermo restando tutto ciò che ho scritto all’inizio, è pur vero che un bicchiere mezzo pieno c’è stato. E forse pure ¾ di bicchiere. Nonostante le due ore scarse di concerto, e un certa distacco di buona parte del pubblico (inevitabile ad un Festival) non possiamo certo dire che Eddie & soci si siano risparmiati sul palco. Hanno suonato con un’energia impressionante. Sembravano un vero rullo compressore. Probabilmente hanno ovviato alla brevità dell’esibizione dando fondo a tutte le loro energie. Posso dire che, on the stage, è stato il concerto dei PJ più “tirato” a cui abbia mai assistito. Quel che è mancato è proprio quella carica emotiva, quella comunione tra pubblico e band che contraddistingue ogni loro concerto (specialmente nel nostro paese). Eddie proprio si nutre di quell’energia emanata dal pubblico, e ad esso la rimanda indietro con pari forza e intensità. Con lacrime, con palpabile emozione, con una foga pazzesca su e giù per il palco e con quanto altro ancora tutti i reduci del tour 2006, e non solo, conoscono molto molto bene. Un’esperienza trascendentale che ha lasciato di stucco qualunque profano si accingesse a vedere un loro concerto per la prima volta.

In definitiva, l’impressione che mi ha lasciato lo show di Mestre è quella di un paradosso: un concerto suonato al 120% che al contempo è stato un po’ freddo. Ma fatemelo ripetere, purtroppo questo è il limite maggiore di un Festival per una band come i PJ. A parte questo però, le soddisfazioni personali sono state enormi. Un posto alla transenna davanti ad Eddie, come mai mi era successo, che mi ha fatto vivere da un paio di metri (quando anche meno) il concerto della mia band del cuore. Un Mike McCready strepitoso con il quale mi son scambiato gesti ed incitamenti per l’intera durata del concerto, guadagnandoci anche un paio di plettri (primi cimeli guadagnati ad un concerto dei PJ) diretti esplicitamente a me. Un vero genio!!!!! Un duetto con Ben Harper che ricambia il favore precedente suonando la sua slide-guitar su Red Mosquito. Una setlist che, benché breve, con l’aggiunta di una Betterman o una Yellow Ledbetter (di cartellone avrebbero potuto suonare ancora 15minuti) avrebbe rasentato la perfezione. Una Rockin’ In A Free World immensa, con una sfilza di guests che si alternavano ai vari strumenti…e chi restava senza, via di tamburello. Eddie che spruzza e regala vino come se non ci fosse un domani. E, last but not the least, l’emozione più grande, durante Alive…..Eddie a mezzo metro da me…Io che colgo il momento propizio…..e poi viaaaa…..getto la mia maglietta YES (TONIGHT) WE CAN….Eddie che la afferra al volo, la mette in spalla, la legge, ride, se la lega dietro, dove resta per tutto il resto dello show. E poi via, con lui…..fin chissà dove…Heineke jammin festival 2010Chiamatemi esagerato, banale, superficiale, ma in quel momento non nascondo che gli occhi si sono inumiditi, ed anche ora, a giorni di distanza, riscrivendo e rivivendo quell’emozione, non riesco a fermare un brivido che mi percorre la schiena (Se poi anche Youtube immortala il momento per sempre, dimenticare è difficile).

Questo è stato per me il concerto dei Pearl Jam all’Heineken Jammin’ Festival. Una centrifuga di emozioni e soddisfazioni personali che si sono accavallate una di seguito all’altra. Per tutto il resto, per fortuna, ho già abbondantemente avuto in passato. E i commenti di tanti amici alla loro prima esperienza, (e di certo non grandi fan) estasiati per quanto questo gruppo riesca a dare e a coinvolgerti nei loro live, mi confermano che, nonostante tutto, anche a mezzo servizio i “nostri” restano LA MIGLIORE ROCK’N’ROLL BAND SULLA FACCIA DELLA TERRA

Keep on Rockin’

Heineken 2010

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One thought on “Un tuffo nel passato: “Pearl Jam all’Heineken Jammin’ Festival 2010”

  1. Confermo tutto quello che dice mio fratello..io ero lì con lui in prima fila a gioire e soffrire in mezzo alla folla oceanica, sprezzante di sole pioggia e mini tromba d’aria. A quattro anni di distanza e dopo 5 concerti dei Pearl Jam, sono molto amareggiato dei prezzi dei concerti per San Siro del Giugno 2014. Per questo motivo, a malincuore, rinuncerò. I 45 € (o giù di lì) che avrei anche speso, non valgono certo il terzo anello di San Siro. Dal terzo anello ho visto gli U2, ed ero talmente distante che sembrava di vedere gli omini della Lego saltellare sul palco.

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